La galassia che tiene accesa la luce
Quando si entra nel mondo di un tumore cerebrale, si ha spesso l’impressione di essere catapultati in un universo sconosciuto.
Nuove parole, nuove paure, nuove urgenze. E una sensazione che ritorna spesso: “Siamo soli”. Eppure non è vero.
In Italia, intorno ai pazienti e alle loro famiglie, esiste una vera e propria galassia di associazioni, fondazioni e gruppi di volontariato che lavorano ogni giorno – spesso in silenzio – per accompagnare chi affronta una diagnosi di glioblastoma o di altri tumori cerebrali. Non è una struttura unica. Non è un sistema centralizzato. È piuttosto un insieme di luci, diverse per intensità e colore, ma tutte rivolte nella stessa direzione.
Ogni stella ha il suo modo di brillare. Dalla mappatura delle organizzazioni italiane emerge un panorama sorprendentemente ricco. Ci sono associazioni che nascono per stare accanto alle persone, come AITC, IRENE, VITaC, Pronti Qua, Il Dono di Rossana, Glioblastoma.IT ODV. Sono quelle che rispondono al telefono, che accolgono le famiglie, che spiegano, che orientano, che non fanno sentire sbagliate le domande.
Poi ci sono fondazioni e associazioni che concentrano le loro energie sulla ricerca: Celeghin, Ferraguti, Ometto-REGOMA, Il Fondo di Giò, Premio Carla Russo, Cancersucks, Il Laboratorio di Chiara, CBDIN. Raccolgono fondi, finanziano studi, sostengono ricercatori che ogni giorno provano a spostare un po’ più avanti il confine di ciò che oggi è possibile.
E poi ci sono realtà che fanno entrambe le cose, che offrono supporto concreto alle famiglie e allo stesso tempo alimentano la ricerca e l’innovazione clinica. E poi ci sono ancora gruppi sui social come Italia-Glioblastoma Multiforme e Glioblastoma e Sorriso che anche se non hanno una forma giuridica sono di prezioso aiuto ai pazienti e ai caregiver.
Ognuna di queste organizzazioni nasce quasi sempre da una storia personale. Da qualcuno che ha amato, perso, combattuto.
E ha deciso di non fermarsi. Quando si guardano non come nomi, ma come servizi, queste associazioni raccontano una storia molto concreta. C’è chi offre:
- informazione affidabile su terapie, centri e sperimentazioni,
- orientamento nel labirinto della sanità,
- gruppi di mutuo aiuto,
- raccolta fondi per la ricerca,
- tutela dei diritti dei pazienti.
E ci sono anche servizi molto specifici, che fanno una differenza enorme nella vita quotidiana. Uno di questi è, ad esempio, il supporto psicologico specializzato. Nel progetto “Speranza e Coraggio”, promosso da Glioblastoma.IT, pazienti e caregiver possono accedere a professionisti esperti di psico-oncologia e neuropsicologia, che conoscono davvero cosa significa vivere con un tumore cerebrale. Non un supporto generico, ma mirato, competente, umano. Questo tipo di servizio non cura il tumore, ma spesso cura ciò che il tumore distrugge per primo: l’equilibrio emotivo, la capacità di reggere, la possibilità di continuare a vivere.
Guardando la tabella delle associazioni italiane, una cosa colpisce: quasi tutte fanno più di una cosa. Quasi tutte cercano di coprire più bisogni. È il segno che, anche senza una regia centrale, una rete di fatto esiste già. È fatta di collaborazioni informali, di invii di pazienti da un’associazione all’altra, di ricercatori sostenuti da più fondazioni, di famiglie che passano informazioni. Non è perfetta. Ma è viva. Forse il messaggio più importante che emerge da questa mappatura non è ciò che manca, ma ciò che già c’è.
C’è una comunità di persone che non ha accettato che i tumori cerebrali restino una malattia invisibile. C’è chi sostiene la ricerca.
Chi accompagna le famiglie. Chi crea spazi di ascolto. Chi costruisce strumenti digitali, servizi psicologici, reti di mutuo aiuto. Per chi oggi riceve una diagnosi, sapere che questa galassia esiste non è un dettaglio. È spesso la prima vera forma di speranza concreta. Perché, a volte, non è solo una nuova terapia che serve. È sapere che, in mezzo al buio, ci sono molte luci accese.
Da esperienza, appena scoperta la malattia di mio marito, non abbiamo trovato sostegno all’ospedale Molinette. C’era anche una minore e l’ospedale non dava supporto se non agli adulti in ambito familiare. Ho dialogato con mia figlia e ho ascoltato io le sue domande cercando di precederla nei pensieri e parole, non essendo una psicologa o educatrice.
Solo a conclusione della malattia, con la morte, subito dopo, nel 2025, ho trovato il tempo per informarmi.
Abito in provincia di Torino e non sento di associazioni di aiuto per questo male o per le loro famiglie.
Caro Roberto,
Questo articolo mi emoziona, mi sostiene, mi fa sentire un po’ meno sola in questo tunnel chiamato GBM.
Ringrazio di cuore te, il tuo impegno, la tua grande e profonda sensibilità che sento guidata dall’Amore immenso di tuo figlio Emanuele.
Per quanto spesso il coraggio ci tiene a galla, la speranza resta la luce più viva!
Questa speranza è spesso sostenuta dalle esperienze di chi come noi, ha attraversato o sta attraversando questo percorso di vita da paziente o da “compagni”, da chi sostiene la ricerca, da chi cerca di trasmettere informazioni necessarie per poter trovare uno “slancio” al non abbattersi.
Grazie Roberto…per quanto possa sembrare scontato il mio “grazie”, credimi, porta con sé un profondo senso di riconoscenza e di stima, per chi ha saputo fare del suo dolore, una ragione d’Amare il prossimo.
Maria