Glioblastoma e tumori cerebrali: le novità terapeutiche dal World Summit IBTA 2025
Vi avevamo raccontato della nostra partecipazione al Sixth Biennial World Summit of Brain Tumour Patient Advocates organizzato dall’International Brain Tumour Alliance (IBTA) a Roma, lo scorso novembre. Ora è arrivato il report finale dell’evento — un documento di 58 pagine che raccoglie tutto ciò che è stato discusso in quei quattro giorni intensi. È l’occasione giusta per riprendere alcuni dei temi più importanti affrontati, quelli che riguardano direttamente chi affronta ogni giorno un glioblastoma o un tumore cerebrale ad alto grado.
Quando 108 rappresentanti di organizzazioni di pazienti provenienti da 34 Paesi si riuniscono nello stesso posto per tre giorni e mezzo, una parte significativa del tempo viene dedicata alla scienza. Non alla scienza per i ricercatori, ma alla scienza raccontata in modo che possa essere utile a chi la malattia la vive davvero. È questo il valore unico dell’IBTA Summit: clinici di fama mondiale che spiegano le novità ai patient advocates, e questi le riportano alle proprie comunità. Di seguito riportiamo cosa emerge dal report sui fronti terapeutici.
Il Professor Manfred Westphal dell’Università di Amburgo ha illustrato come stia cambiando l’approccio chirurgico ai tumori cerebrali. L’obiettivo è sempre lo stesso — rimuovere il più possibile del tumore senza compromettere le funzioni neurologiche del paziente — ma gli strumenti disponibili sono sempre più raffinati. Oggi in sala operatoria si usano la tractografia MRI e la stimolazione magnetica transcranica per mappare i percorsi funzionali prima dell’intervento, e durante la chirurgia si può ricorrere a molecole fluorescenti come il 5-ALA per distinguere meglio il tessuto tumorale da quello sano, all’ecografia, alla MRI intraoperatoria e alla spettroscopia Raman, una tecnica che usa la luce per caratterizzare biochimicamente i tessuti in tempo reale. In sviluppo c’è anche il sequenziamento nanopore, che promette di identificare molecolarmente il tumore nel corso stesso dell’operazione. Per i meningiomi, l’endoscopia e le nuove tecniche di imaging hanno migliorato significativamente la percentuale di resezione completa.
La dottoressa Silvia Chiesa della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma — un’eccellenza nel campo, qui a casa nostra — ha presentato lo stato dell’arte della radioterapia per i tumori cerebrali. Il trattamento standard per il glioblastoma adulto rimane 60 Gy in 30 frazioni (ridotto a 40 Gy in 15 frazioni per i pazienti più fragili). Ma i progressi recenti puntano in diverse direzioni. La radioterapia adattiva aggiusta il piano di trattamento in tempo reale in base ai cambiamenti anatomici del tumore. La terapia a protoni consente di risparmiare i tessuti sani, incluso l’ippocampo, preservando le funzioni cognitive. L’ipofrequentazione (dosi più alte in meno sedute) riduce il numero di accessi in ospedale. Il fronte più avanzato e ancora in fase sperimentale è la FLASH radioterapia: dosi ultra-elevate somministrate in millisecondi, con pause tra un impulso e l’altro. L’obiettivo è colpire il tumore con la stessa efficacia, riducendo però la tossicità sui tessuti sani. È ancora in studio, ma è uno degli sviluppi più promettenti degli ultimi anni.
Il Professor Riccardo Soffietti — neurologo di fama internazionale, oggi anche presidente di CancerSucks APS a Torino — ha fornito un quadro aggiornato sui trattamenti sistemici per i gliomi primari. Alcune novità concrete:
Vorasidenib è stato recentemente approvato dall’EMA (l’Agenzia Europea dei Medicinali) per il trattamento degli oligodendrogliomi e degli astrocitomi di grado 2 con mutazione IDH. È un inibitore orale delle mutazioni IDH1 e IDH2, e rappresenta il primo trattamento target approvato specificamente per i gliomi a basso grado in Europa.
Dordaviprone ha mostrato efficacia nei tumori ricorrenti con mutazione H3K27-M (come certi gliomi diffusi della linea mediana) ed è ora in studio anche per i tumori di nuova diagnosi con questa caratteristica molecolare.
Tovorafenib, un inibitore BRAF di tipo II, è in studio per i tumori con mutazione BRAF e sta mostrando risultati promettenti.
Cresce anche l’interesse per la biopsia liquida: analizzare il sangue o il liquido cerebrospinale alla ricerca di marcatori molecolari tumorali (come la mutazione IDH o H3K27-M) per monitorare la malattia senza bisogno di prelievi di tessuto. Al momento è tecnicamente fattibile per alcune mutazioni, ancora sfidante per altre.
Il messaggio centrale di Soffietti: la classificazione molecolare del tumore non è un dettaglio tecnico, è la base su cui costruire la strategia di cura. Ogni tumore ha la sua firma genetica.
Il Professor Gaetano Finocchiaro dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano ha illustrato perché l’immunoterapia nei tumori cerebrali sia così difficile da sviluppare — e perché non si stia rinunciando. I tumori cerebrali sfuggono al sistema immunitario attraverso un processo chiamato “immunoediting”: sviluppano varianti cellulari resistenti all’attacco immunitario. Le strategie in studio cercano di aggirare questo problema in quattro modi: gli inibitori dei checkpoint immunitari (che “tolgono il freno” alle cellule T perché attacchino il tumore), le terapie con cellule T adottive (cellule del paziente modificate in laboratorio per riconoscere meglio il tumore), i vaccini tumorali (che usano antigeni del tumore per attivare il sistema immunitario) e le virotherapie oncolotiche (virus ingegnerizzati per infettare e distruggere selettivamente le cellule tumorali). Nessuna di queste strategie è ancora approvata per i gliomi, ma le combinazioni tra più approcci rappresentano la direzione più promettente.
Un tema trasversale, spiegato dal dottor Mark Kieran degli Stati Uniti: anche quando un farmaco funziona in laboratorio, arrivare al tumore attraverso la barriera emato-encefalica (BEE) è una sfida enorme. La BEE è un meccanismo protettivo del cervello che regola cosa può entrare — e spesso esclude proprio i farmaci che servirebbero. Le soluzioni allo studio includono l’iniezione diretta nel liquido cerebrospinale (reservoir di Ommaya), l’ecografia focalizzata per aprire temporaneamente la barriera nella zona del tumore, la delivery convection-enhanced (cateteri inseriti direttamente nel tumore per somministrare il farmaco sotto pressione), i nanoparticelle lipidiche (piccole abbastanza da attraversare la BEE e rilasciare il farmaco nel tessuto tumorale) e la somministrazione per via nasale, che sfrutta i percorsi neurali della cavità nasale per raggiungere il cervello.
Leggere il report dell’IBTA Summit è un esercizio utile e, per certi versi, incoraggiante. Non perché i problemi siano risolti — il glioblastoma rimane una malattia difficilissima — ma perché la ricerca è in movimento su molti fronti contemporaneamente, con ricercatori italiani in prima linea su diversi di questi.
Grazie Roberto.
È possibile avere le slides proiettate dai Relatori o vedere il Summit in video?
Devo anche augurarmi che questi luminari (di sede congressuale), trovino il modo di trasferire ai pazienti questi trattamenti (da sogno).
Se segui il link al documento pubblicato nell’articolo ci sono i riferimenti. Poi in questo momento è necessario contattare direttamente gli autori.
Ormai da anni progressi veri si fanno solo con la neurochirurgia sopratotale per quadagnare qualche mese, poi di efficace quasi nulla. Il glioblastoma non fa gola. Le notizie di un paio di anni fa si sono perse nell’etere perché tra il laboratorio e l’uomo c’è grande differenza.